Se stai cercando una guida esaustiva e chiara su cosa è il diaframma in fotografia e come si usa, sei nel posto giusto!

Non farti spaventare: sebbene sia uno dei più importanti dispositivi di un sistema fotografico, da cui dipende in gran parte la riuscita delle tue immagini… Non è così difficile da capire e da gestire!

Ovviamente, se maneggi solo fotocamere compatte o solo la fotocamera del tuo smartphone (argh!) e ti interessa solo fotografare i deliziosi gattini del tuo cortile, non avrai bisogno di una guida come questa. In alternativa, ecco per te alcuni interessanti indizi e indicazioni per scattare belle fotografie utilizzando il diaframma nel modo migliore. Buona lettura!

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Diaframma, che minchia sei?

diaframma-fotografia
Animazione di Wikipedia

Il diaframma è uno degli elementi (insieme al tempo di scatto e alla sensibilità ISO) che determina la quantità di luce che passa nell’obiettivo per impressionare il sensore o la pellicola (se utilizzo ancora la reflex a rullino) quando l’otturatore è aperto.

Immagina la macchina fotografica come se fosse un grande occhio: il diaframma rappresenta l’iride e il foro al centri è la pupilla di quest’occhio e funziona esattamente allo stesso modo.

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Quando c’è troppa luce cosa fa il tuo occhio? Restringe la pupilla per far passare una quantità inferiore di luce e quando ce n’è troppo poca si dilata, per aiutarti a vedere con maggiore chiarezza anche in stanze buie.

Hai presente quando passi da un ambiente molto luminoso a uno meno? All’inizio vedi tutto nero e non riesci a riconoscere niente ma, piano piano, cominci “ad abituarti” a quella nuova condizione di luminosità, perché basta una piccola quantità di luce per darti la possibilità di vedere quello che ti circonda.

In realtà, non è che “ti stai abituando”, devi semplicemente dare alla pupilla il tempo di aprirsi adeguatamente per far arrivare la giusta quantità di luce al tuo nervo ottico.

Affascinante, vero?

L’unica differenza tra la pupilla dell’occhio e il diaframma in fotografia è che, mentre nel tuo occhio la pupilla si apre e si chiude automaticamente in base alla luce che lo colpisce, nella tua reflex o mirrorless sei tu a decidere quanto e quando aprire il diaframma.

Tecnicamente, il diaframma è composto da una serie di lamelle sovrapposte (del numero di lamelle ti parlerò in seguito) che a seguito del movimento di rotazione da te impresso si allargano o si stringono (come nell’animazione qui sopra), determinando la dimensione del foro centrale (la pupilla) da cui passa la luce.

Ti faccio una domanda: secondo te, il diaframma si trova sull’obiettivo o sul corpo macchina?

Ti do un indizio: se rispondi che si trova sul corpo macchina ti mando dietro la lavagna con le orecchie da asino 😉

Il diaframma si trova generalmente nell’obiettivo, dico generalmente perché esiste una piccolissima nicchia di macchine fotografiche (pinhole) in cui non esiste diaframma, sostituito da un semplice foro da cui passa la luce, per fotografare anche senza obiettivo. È un concetto molto di nicchia che evito di approfondire per non confondervi le idee.

Dicevo, quindi, che il diaframma si trova sull’obiettivo (e va bene così) e puoi regolarlo utilizzando una delle ghiere, facilmente raggiungibili per permetterti la migliore regolazione e precisione in tempi rapidi.

Ovviamente, non ti sto dicendo che devi affidarti solo al tuo naso e al tuoi fiuto per la regolazione del diaframma in fotografia, perché esistono delle misurazioni apposite per permetterti di regolare meglio questo meraviglioso componente chiamato diaframma.

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L’Apertura del Diaframma (e come misurarla)

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Arrivato a questo punto, dovresti almeno aver capito cos’è il diaframma in fotografia e dove andare a cercarlo.

Adesso cerchiamo di approfondire il suo funzionamento in maniera un po’ più tecnica, cercando di capire come viene calcolato e misurato in apertura e in chiusura. Fai bene attenzione a questo passaggio perché è molto importante.

Per prima cosa, la misura del diaframma non è assolutamente la dimensione del diametro del foro generato dal movimento delle lamelle.

Se eri convinto di questo, resetta tutto e ricomincia da zero. L’apertura del diaframma non è nemmeno una misurazione ma è un valore di rapporto, che si ottiene tra il foro e la focale dell’obiettivo.

Esiste una piccola formula per calcolare questo rapporto:

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Dove rispettivamente:

  • f = Rapporto focale
  • F = Focale dell’Obiettivo
  • D = Diametro del Diaframma

Tutte le unità di misura di questa formula devono essere espresse in mm e quella “f” sarà uno dei tuoi incubi più ricorrenti quando scatterai una fotografia (no dai, è facile! Giuro!) perché è il simbolo universalmente adottato per indicare l’apertura del diaframma.

Il risultato di quel rapporto è un numero che, ovviamente, può essere più o meno grande. Qui scatta la prima trappola ed è mio dovere metterti in guardia: fai attenzione al suo valore e non lasciarti ingannare.

Visto e considerato il modo in cui viene effettuato il rapporto, più il valore di “f” è basso, più il diaframma è aperto e viceversa. Semplice no?

Facendo un rapidissimo esempio, se scatti una fotografia con f1 hai utilizzato un diaframma più aperto rispetto a una stessa fotografia scattata con diaframma f2. È abbastanza chiaro come concetto?

Passando a un concetto molto più pratico, ricollegandoci a quanto detto prima, se ti trovi a scattare in una condizione di luce abbondante, dovrai utilizzare valori di diaframma “f” più elevati mentre, se vuoi fotografare in condizioni di scarsa luminosità, come quella che puoi incontrare se decidi di andare a fotografare le stelle, allora dovrai scegliere valori di diaframma “f” ben più bassi, per fare entrare maggiore luce.

Il numero di diaframma in fotografia può essere anche inteso come se fosse una frazione della lunghezza focale se preferisci: un’apertura f22 ti dice che il diaframma equivale a 1/22 della lunghezza focale mentre, per esempio, un’apertura f8 equivale a 1/8 della lunghezza focale. Cosa significa questo? Se la matematica non è un’opinione, 1/8 è un numero più grande di 1/22, quindi è un diaframma più aperto.

Dai un’occhiata alla ghiera dell’obiettivo della tua macchina fotografica. Trovi tanti numeri, ciascuno dei quali indica un valore di apertura del diaframma in fotografia e, ovviamente, non sono stati messi lì a caso, ma sicuramente questo lo avrai capito. Sono un grandissimo aiuto per te, perché ti danno le migliori indicazioni per la scelta della combinazione tempo/apertura.

Ora, non starò qui a spiegarti perché i numeri sono posizionati in quel modo e il principio geometrico che è stato seguito, perché per questo ci sono un sacco di trattati tecnici, ma difficilmente riusciresti a capire chiaramente come interpretarli.

Cerco di spiegartelo in maniera molto più semplice e diretta: ogni posizione di quella ghiera, che possiamo anche chiamare STOP ci indica che la luce passa attraverso l’obiettivo in una quantità pari alla metà dello stop precedente. Quindi, se noti, i numeri vanno via via raddoppiando, con stop intermedi tra uno e l’altro: questo valore intermedio rappresenta la radice quadrata del doppio (2), quindi 1.4.
Schematicamente, ecco quali sono gli stop che più comunemente trovi in un obiettivo classico:

  • 2
  • 2.8
  • 4
  • 5.6
  • 8
  • 11
  • 16
  • 22
  • 32

Anche a mente, è molto semplice ricordare questa scala di valori, perché i numeri, se noti, si raddoppiano ogni due.

Come abbiamo detto prima, questi valori sono il frutto del rapporto con la lunghezza focale dell’obiettivo.

Nell’atto pratico, non dimenticare mai che, per esempio, un’apertura f4 su un obiettivo da 50mm non ti permette di ottenere lo stesso risultato di una medesima apertura su un obiettivo da 300mm. Infatti, nel primo caso hai un’apertura di diaframma pari a 12,5 mm e nel secondo pari a 75mm: la differenza è notevole!

A cosa ti serve tutto questo? A tantissime cose in realtà, perché se riesci ad avere il pieno controllo del diaframma, in fotografia ti si aprono tantissime possibilità per scattare immagini esattamente come le desideri.

Ovviamente, il diaframma non è l’unico elemento di cui devi tenere conto quando scatti una foto, ma avere la dimestichezza di questo elemento ti fa già stare un bel pezzo avanti.

Se sei certo di avere afferrato questi concetti di base, allora possiamo andare avanti e capire le applicazioni pratiche del diaframma. Scommetto che non vedevi l’ora!

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La Profondità di Campo

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Immagine di Wikipedia

Inizio col dire che ho scritto un articolo super completo sulla profondità di campo, ma tratterò l’argomento in modo più sintetico anche qui. Se vuoi approfondire l’argomento clicca qui.

Ecco la prima applicazione pratica del corretto utilizzo del diaframma in fotografia: la profondità di campo.

Se ti dicessi che solo una volta che hai imparato a usare il diaframma puoi iniziare ad apprendere seriamente il concetto di profondità di campo, ci crederesti? Se non sei convinto, segui questo discorso e poi mi dirai.

Facciamo qualche passo indietro e riprendiamo in considerazione il concetto di messa a fuoco: sicuramente sai che qualsiasi obiettivo, qualunque obiettivo esistente sulla faccia della terra, è in grado di mettere a fuoco un singolo piano per volta.

Questo significa che tutto quello che si trova sugli altri piani non apparirà nitido. Semplice, no?

Ovviamente, non esiste solo il bianco e il nero, come dire che non esistono solo gli elementi perfettamente nitidi e quelle completamente fuori fuoco, esistono anche i grigi: chi osserva un’immagine può percepire anche gli elementi immediatamente vicini al piano di messa a fuoco come abbastanza nitidi ma, ovviamente, allontanandosi da quel punto, il grado di sfocatura varia.

Questo è il concetto della profondità di campo. Tecnicamente è l’intervallo di un’immagine all’interno del quale il cosiddetto cerchio di confusione è di dimensioni ridotte, tali che chi osserva è ancora in grado di percepirlo come un punto nitido.

Cosa c’entra tutto questo con il diaframma? È semplicissimo: più il diaframma è chiuso più aumenta la profondità di campo.

Magari questo già lo sapevi (o forse no…) però probabilmente non ne sai il motivo.

In pratica, man mano che chiudi il diaframma, la luce colpisce il sensore con un angolo di incidenza via via più perpendicolare, e questo comporta che i cerchi di confusione del piano non a fuoco si facciano via via più piccoli per avvicinarsi alla percezione del punto. Il risultato? Un’immagine più nitida, ovviamente.

Adesso arriva il bello: un’immagine perfettamente nitida è sempre l’ideale? Partendo dal presupposto che non esistono immagine perfettamente nitide in ogni loro punto, proprio per il concetto di messa a fuoco su un unico piano, esistono fattispecie che per una buona resa richiedono una profondità di campo maggiore di altri.

Per esempio: devi fotografare un paesaggio. Come ti comporti? Tralasciando la lunghezza focale dell’obiettivo, che in questa sede non ci interessa più di tanto, ovviamente vorrai che tutta l’immagine sia pressoché nitida, quindi dovrai optare per un diaframma abbastanza chiuso, diciamo da f8 in su.

Se, invece, vuoi fare un bel ritratto, il tuo obiettivo è convogliare l’attenzione dell’osservatore verso i soggetti principali della tua immagine, quindi lo sfondo potrebbe rappresentare un inutile elemento di distrazione. Qui ti può tornare utile una bassa profondità di campo, quindi, in base all’obiettivo e alla distanza dal soggetto, in linea generale dovresti lavorare con aperture di diaframma da f7 in giù.

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E per quanto riguarda l’effetto bokeh? Sicuramente a questo punto sarai curioso di sapere come si ottiene quell’effetto tanto in voga ultimamente… Ebbene, anche in questo caso sarà il tuo adorato e amato diaframma a regalarti un emozione.

Partiamo da un concetto: sai cos’è l’effetto bokeh? Dimmi di sì ti prego… Nel caso non lo sapessi, comunque, te lo dico io.

Hai presente quando vedi una fotografia e sullo sfondo ci sono tutte le luci circolari tondeggianti? (Esattamente come quella qui sopra) Ecco, quello è il più classico degli effetti bokeh che, però, in linea di massima, si riferisce a tutte le fotografie in cui il soggetto in primo piano risalta sullo sfondo fuori fuoco.

Cosa ti fa pensare questo? Che l’effetto bokeh altro non è che l’applicazione del concetto di profondità di campo spiegato poco fa. L'”effetto albero di Natale” delle fotografie con le luci fuori fuoco sullo sfondo si ottiene semplicemente scattando un’immagine in cui siano presenti fonti luminose circolari, che amplificano l’effetto del cerchio di confusione.

Nulla di più semplice, dunque, se hai acquisito il concetto di profondità di campo. Ti do un ulteriore suggerimento in merito: questo effetto ti viene davvero bene se sfrutti al meglio le potenzialità del diaframma in fotografia con obiettivi medio-tele, quindi da 85 a 150mm.

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Il Numero di Lamelle che compongono il Diaframma (solo per NERD)

dentro-obiettivoCome promesso, adesso ti spiego la questione del numero di lamelle del diaframma in fotografia.

Come ti ho detto prima, il meccanismo del diaframma prevede che ci siano delle lamelle che si aprono e si chiudono per ingrandire o ridurre la “pupilla” centrale, ossia il foro attraverso il quale far passare la luce.

Sai quante sono queste lamelle? Suppongo di no, inoltre il discorso non è così semplice come si potrebbe immaginare, perché dal numero di questi elementi dipende in gran parte la riuscita di alcuni effetti fotografici, primo fra tutti il bokeh.

Partiamo dal principio, dal numero: generalmente, le lamelle di un diaframma in fotografia sono 6/8, in alcuni rari casi possono essere anche 5 oppure 9, dipende dal produttore.

Ti starai sicuramente chiedendo come fanno le lamelle a influenzare uno scatto, ma il motivo è abbastanza intuitivo: il foro centrale del diaframma, in base al numero di lamelle e alla loro conformazione, può assumere innumerevoli forme geometriche che, inevitabilmente, vanno a influire sulla tipologia di sfocato ottenuto e, in particolare, sul bokeh.

Mi spiego meglio: secondo la tecnica fotografica pura, il foro centrale del diaframma in fotografia dovrebbe essere perfettamente circolare, ma questa è la pura teoria, perché nella pratica è molto difficile ottenere una forma simile.

La forma della “pupilla” dipende dal numero di lamelle del diaframma e dalla loro forma, ma anche dalla dimensione dell’apertura. Se hai un diaframma con lamelle curve, alla massima apertura il foro è quasi circolare ma più vai a stringere più vedrai formarsi i lati del poligono in maniera sempre più definita.

Ovviamente, all’aumentare del numero delle lamelle del diaframma, questo problema si fa meno evidente: per questo motivo, nei primi obiettivi con diaframma, le lamelle utilizzate erano in numero elevato, solitamente da 20 in su. All’epoca non esistevano le lamelle curve, pertanto era indispensabile aumentarne il numero per avere un foro di ingresso della luce quanto più circolare possibile.

Fatta questa doverosa premessa, ti starai sicuramente ancora chiedendo in che modo le lamelle possono influenzare l’effetto bokeh. Te lo spiego subito.

Qual è la principale caratteristica di questo effetto della profondità di campo? Le forme geometriche degli elementi sullo sfondo, no? Siamo abituati a vedere tanti piccoli cerchi colorati, sono quelli che caratterizzano principalmente il bokeh, e sono principalmente dovuti alla forma circolare della pupilla del diaframma.

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Una scena del bellissimo film “Taxi Driver”.

Tuttavia, questa non è l’unica forma che possono assumere gli elementi di sfondo del bokeh. Hai mai visto il film Taxi Driver di Martin Scorsese? È uno dei grandi classici della filmografia (e se non lo hai visto devi assolutamente rimediare, adesso!) e il regista utilizza spesso l’effetto bokeh nelle sue inquadrature anche se, invece dei cerchi, sullo sfondo si notano tanti piccoli triangoli.

Che magia avrà mai fatto il genio di Hollywood? Nessuna, ha semplicemente utilizzato un obiettivo con diaframma molto aperto, presumibilmente un Carl Zeiss Planar 85mm f/1,4.

Se ti sembra che la forma del diaframma dell’obiettivo assolva una funzione straordinaria nella realizzazione degli effetti della profondità di campo, cosa mi diresti se ti dicessi che il numero delle lamelle è fondamentale anche per alcuni effetti luminosi?

Ebbene sì, in particolare questo elemento influisce sul numero dei raggi di una fonte luminosa, soprattutto quando questo è abbastanza chiuso.

Nella pratica, infatti, il numero di raggi viene raddoppiato, ma solo se il numero delle lamelle è dispari Ti faccio un esempio concreto: se hai un obiettivo con 8 lamelle, vedrai 8 raggi, ma se hai un obiettivo con 7 lamelle, di raggi nel vedrai 14. Curioso, vero?

Il motivo è nel fatto che le lamelle “dividono” il punto di luce, quindi se tu hai un numero pari si ha una sovrapposizione degli opposti. Altrettanto vero è che anche quando scatti con un obiettivo con un numero di lamelle elevato i raggi tendono a sovrapporsi, causando un effetto non abbastanza piacevole.

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Il Supporto nello Scatto

depth-of-field Avrai quindi capito che la funzione principale del diaframma in fotografia è quella di regolare la profondità di campo.

Bene, scommetto che hai sempre scattato immagini belle anche senza sapere tutte queste cose sul diaframma: non lo metto in dubbio, anzi, è possibile, ma sai quante nuove possibilità e opportunità ti si aprono se impari a sfruttare al massimo il diaframma in fotografia? Puoi rivoluzionare la tua concezione fotografica! Comunque, al netto di questo aspetto, la profondità di campo non è l’unico elemento in cui il diaframma ti può venire in soccorso, perché è utile anche per numerose situazioni in cui diventa un vero e proprio supporto e aiuto.

Ti sei mai trovato nella condizione di dover necessariamente scattare con tempi di apertura molto bassi? Per esempio in ambito sportivo con soggetti in movimento, che ti obbligano a tenere l’otturatore aperto per un breve tempo per evitare l’effetto mosso. Come ti comporti in questa situazione? Probabilmente ti sei limitato ad aumentare gli ISO quando è accaduto, o magari, anche senza averne le basi, hai mosso la deliziosa ghiera del diaframma per vedere l’effetto che fa.

Partendo dal presupposto che gli ISO puoi aumentarli ma se eccedi rischi di ottenere foto molto disturbate, quello che può davvero svoltarti la giornata e salvarti gli scatti è il diaframma: nella fotografia professionistica, prima di aumentare gli ISO i fotografi agiscono sul diaframma per capire fino a che punto possono spingersi per ottenere l’effetto desiderato.

Il motivo è molto semplice: quando devi scattare con tempi di apertura molto bassi, riduci il tempo di esposizione del sensore alla luce, quindi rischi di scattare immagini sottoesposte.

Puoi bilanciare questa condizione di svantaggio aumentando la quantità di luce da far arrivare al sensore per avere immagini con la giusta luminosità.

Allo stesso tempo, se devi scattare immagini particolari, magari di un cielo stellato, sei costretto a impostare un tempo di posa molto lungo, in modo tale che il sensore resti esposto alla luce per un tempo maggiore.

Cosa comporta questo? Il rischio di immagini sovraesposte ma se tu chiudi il diaframma e riduci di conseguenza la quantità di luce che entra, puoi lavorare anche con tempi elevati di esposizione in maniera più tranquilla, avendo la consapevolezza che col diaframma chiuso il sensore riceve meno luce.

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Rock ‘n’ Roll, buone fotografie,
David Adriani

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